Neurostimolazione per migliorare la disfagia: cosa sappiamo?

Sono 26 i muscoli coinvolti nella deglutizione: un processo delicato, regolato in modo preciso dal cervello. In caso di ictus, è una delle funzioni che più spesso subisce danni. Per curare la disfagia, ovvero la difficoltà a deglutire normalmente, che insorge dopo un infarto o a causa di malattie neurodegenerative, gli approcci sono diversi. Riabilitazione e utilizzo di prodotti addensanti per facilitare l’ingestione di cibo sono le strategie più utilizzate. Un recente studio esplora la possibilità di intervenire direttamente sul tessuto cerebrale, con tecniche di neuromodulazione.

Dopo un ictus, il cervello ricorre a strategie di auto-riparazione, per tentare di eliminare o almeno di ridurre il danno al tessuto cerebrale. Si tratta di complessi meccanismi cellulari, ancora non del tutto conosciuti. Negli ultimi anni, i riflettori della scienza si sono puntati su tecniche di neuromodulazione non invasiva: si tratta di tecnologie che permettono di indagare più a fondo le delicate funzioni che si attivano nell’encefalo dopo un ictus o un trauma. Non solo, alcuni ricercatori hanno cominciato a pensare a queste tecniche come uno strumento per intervenire direttamente sul tessuto danneggiato e favorirne la riparazione, riducendo così i disturbi che si verificano dopo un danno cerebrale, primo fra tutti la disfagia.

Lo studio che vi presentiamo, pubblicato da studiosi dell’Università di Manchester, è una raccolta di quanto la scienza ha scoperto fino ad oggi sull’utilizzo di due diverse tecniche di neuromodulazione: la stimolazione diretta transcranica con correnti continue (tDCS) e la stimolazione magnetica transuranica (TMS). La TMS consiste nell’applicazione di un campo elettromagnetico grazie al posizionamento della strumentazione sul capo, all’esterno del cranio. In questo modo, si generano correnti elettriche che vanno a stimolare l’attività neuronale, senza il bisogno di un intervento invasivo. La TDCS, anch’essa non invasiva e applicata all’esterno del cranio, si basa sull’utilizzo di elettrodi di grandi dimensioni, posati sullo scalpo e collegati a un generatore di corrente. Si utilizza elettricità a bassa intensità, diversamente dalla TMS, dove il voltaggio è superiore. Entrambe queste metodiche hanno dimostrato risultati promettenti, in diversi studi su pazienti affetti da ictus. Le difficoltà di deglutizione presenti in queste persone sono infatti migliorate dopo l’applicazione della neurostimolazione, che ha l’enorme vantaggio di non essere né invasiva né dolorosa per chi vi si sottopone.

Tuttavia, il meccanismo attraverso cui queste procedure vadano a modificare l’attività del tessuto cerebrale danneggiato non è ancora chiaro. Inoltre, non è certo se sia meglio stimolare solo l’emisfero cerebrale dove si è verificato il danno, oppure entrambi. Sono necessari ulteriori studi, che potranno portare, in futuro, a un nuovo strumento terapeutico che potrà aggiungersi alle strategie di riabilitazione già in uso, per affrontare la disfagia in modo sempre più completo.

Valentina Torchia, Giornalista Scientifica e Biotecnologa Medica, Master in Comunicazione e Salute nei Media contemporanei.

Fonte: Dysphagia. 2017; 32(2): 209–215.

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